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Abbiamo prodotto più top ten degli Usa: così l’Italia ha costruito nel tennis la sua età dell’oro

Cobolli, oggi in finale al Roland Garros contro Zverev, è già sicuro del decimo posto. Dal 2019, quando Berrettini e Fognini interruppero un digiuno di 40 anni, cinque giocatori italiani sono entrati nell’élite della classifica Atp

Giornalista

7 giugno – 11:11 – MILANO

L’Italia ha già vinto. Perdonaci Flavio, sappiamo che sei molto superstizioso, come Nadal con la doccia che gli volevi rubare. Non è nostra intenzione tentare la sorte alla vigilia della sfida con Zverev, sebbene tu abbia buone possibilità di batterlo. È che, in fondo, l’Italia ha già vinto, e tu ne sei la conferma. Nel momento in cui Mensik ha perso in semifinale, ancor prima del derby disertato da uno sfortunatissimo Arnaldi, il tennis tricolore che tutto il mondo ammira ha aggiunto un altro capitolo a questa età dell’oro, proprio a suggello di un Roland Garros da favola: Flavio Cobolli ha conquistato la certezza aritmetica dell’ingresso nella top ten della classifica che verrà pubblicata domani. 

ricerca

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Abbiamo fatto una ricerca, partendo dai precursori di questo movimento guidato da Sinner, cioè Matteo Berrettini e Fabio Fognini. L’uno, a 30 anni e dopo mille infortuni, ha dimostrato a Parigi di avere ancora sprazzi di energia e talento da sprigionare; l’altro, a 39 anni, ha intrapreso la carriera da manager e si gode la famiglia costruita con la regina degli Us Open, Flavia Pennetta. Bene, nel 2019 questi due, a distanza di quattro mesi, sono entrati per la prima volta tra i primi 10 giocatori del mondo, interrompendo un’assenza che durava da 40 anni, cioè dall’ultima presenza di Corrado Barazzutti, e chiudendo simbolicamente una cesura con la generazione di fenomeni che portò alla prima storica Davis e alla doppietta Roma-Parigi di Adriano Panatta. Dal 2019 l’Italia ha piazzato nell’élite del singolare maschile ben cinque atleti: dopo Berrettini e Fognini, sarebbero arrivati nel 2021 Jannik Sinner, attuale numero 1, nel 2025 Lorenzo Musetti, col best ranking di n.5 prima di retrocedere a causa di qualche guaio fisico, e adesso Flavio Cobolli, già sicuro del decimo posto e che potrebbe balzare in quinta posizione se riuscisse a conquistare il primo Slam della carriera. Negli ultimi otto anni abbiamo prodotto lo stesso numero di top ten di tutta la storia precedente, volendo considerare non solo gli altri big nell’era del computer (dal 1973), e cioè Panatta e Barazzutti, ma anche Pietrangeli, De Morpurgo e De Stefani, protagonisti della scena mondiale quando le classifiche erano redatte dai giornalisti. 

confronto

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Quel che più conta – in questi tempi di globalizzazione anche nello sport – è che nello stesso arco di tempo, ossia dal 2019 a oggi, nessun Paese ha fatto meglio. Grazie a Cobolli, infatti, l’Italia ha superato gli Stati Uniti, che hanno espresso quattro top ten (Fritz, Tiafoe, Paul e Shelton), e distanziato la Russia a quota tre (Khachanov, Medvedev e Rublev). La Spagna, che un tempo invidiavamo, è ferma a due (Bautista Agut e Alcaraz). Oggi l’Italia è il modello da seguire. E lo è non soltanto perché può vantare il primo della classe. La cifra di un sistema vincente sta nella ricchezza degli interpreti. L’ultima delle tre Davis, d’altronde, è arrivata con quelli che impropriamente venivano definiti outsider. Sinner, dopo cinque titoli di fila, ha terminato le batterie? Cobolli, Berrettini e Arnaldi hanno raccolto il testimone al Roland Garros. E, prima ancora, era stato il turno di Musetti, due semifinali Slam e un bronzo olimpico, e Darderi, nel G4 degli Internazionali. Non è un miracolo, è un programma di successo che procede senza sosta da quasi un decennio, sfruttando il talento di casa, le sinergie pubblico-privato, la visione di una Fitp che genera risorse attraverso i grandi eventi e le reinveste sul settore tecnico e sulla base.

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