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Olimpiade, il successo si vede dopo

I Giochi Olimpici sono un regalo al mondo. E i regali, quando sono preziosi, costano. Se due miliardi di persone hanno potuto godersi la cerimonia d’apertura in televisione, e ora potranno seguire le gare, è perché gli italiani hanno accettato spese, cantieri, divieti, scorte, manifestazioni, chiusure stradali, feste sfarzose cui non erano invitati. I milanesi più di tutti. La fiamma accesa sotto l’Arco della Pace — manufatto d’epoca, nome attualissimo — li ha ripagati.
Anche Cortina d’Ampezzo e le altre località olimpiche — Bormio, Livigno, Predazzo, Anterselva — hanno offerto il loro contributo. Ospitare la 25ª edizione dei Giochi Invernali è un orgoglio nazionale, un onore civico e un’opportunità turistica. Ma è anche un sacrificio per chi — residente o visitatore — ha dovuto convivere a lungo con recinzioni, impalcature e disagi.

Una Olimpiade è impegnativa, ma resta una festa. E le feste si giudicano alla fine, quando si spengono le luci: conta quello che lasciano. Reputazione, immagini, ricordi, conoscenze. E nuove strutture: come verranno utilizzate? L’Arena Santa Giulia, affacciato sulla Tangenziale Est di Milano, ospiterà concerti ed eventi sportivi. Il Villaggio Olimpico, costruito nell’ex Scalo di Porta Romana, diventerà la casa per 1.700 studenti fuori sede. I pachidermi di cemento lasciati dai grandi eventi sono un ricordo del passato, si spera.
Per i grandi centri urbani, i Giochi — estivi e invernali — costituiscono una prova del fuoco: la fiamma olimpica, in questo senso, è una metafora perfetta. La scommessa della cerimonia d’aperura, con tutte le sue incognite, è stata vinta. Ma la partita è appena iniziata. Marco Castelnuovo, responsabile delle pagine milanesi del Corriere, ha scritto: «Ci sono eventi che cambiano il Dna di una città, la propria consapevolezza, il proprio orgoglio, il motivo per cui si è conosciuti all’estero». È così. Ma occorre tempo per apprezzare i risultati dell’esperimento.

Ho seguito diverse Olimpiadi, come giornalista, e ho capito — dopo, non durante — cosa hanno rappresentato per le città che le avevano ospitate. Un punto di svolta, talvolta. Una conferma, in qualche caso. Ogni tanto, purtroppo, un’illusione. È il caso di Atene 2004. Ricordo l’euforia, i Giochi tornavano a casa. Ma la Grecia, come sappiamo, stava ballando sull’orlo di un vulcano finanziario. Sarebbe esploso poco dopo. Il mio battesimo olimpico è stato a Seul nel 1988. La Corea del Sud si affacciava alla democrazia e al progresso, ma non era evidente: si respirava però un’ingenuità ottimista. Oggi gli stessi coreani collegano la nascita della nazione nuova a quell’Olimpiade. È andata diversamente trent’anni dopo, sempre in Corea: i Giochi invernali 2018 a PyeongChang vennero presentati — complice Donald Trump, mai avaro di promesse avventate — come l’inizio del riavvicinamento fra le due Coree. Non è andata così. Il satrapo del nord, Kim Jong Un, aveva altri progetti.
Un’altra Olimpiade rivoluzionaria fu quella di Barcellona nel 1992: la città catalana si apriva al mare e al mondo, e diventava irriconoscibile (una nuova serie Netflix, Città di ombre, prende le mosse dalle trasformazioni di quel periodo). Atlanta 1996 — sono passato in città appena prima e subito dopo — è stata, invece, un’Olimpiade di mantenimento. Gli anni Novanta hanno rappresentato una tregua, per gli Stati Uniti d’America, e i Giochi non hanno cambiato l’impronta di una città appagata da congressi, Cnn e Coca-cola.

Quello che non è successo trent’anni fa negli Usa è accaduto vent’anni fa in Italia. Le Olimpiadi invernali di Torino 2006 seguivano la scomparsa di Giovanni Agnelli e un momento doloroso per la Juventus, travolta da Calciopoli; e sono diventate un’occasione di riscossa. La città si è svegliata, riempiendosi di luci e ragazzi. Torino è sembrata — di colpo, grazie ai Giochi — coinvolta, convinta e radiosa, come una giovane donna consapevole di ciò che è diventata.
Un’altra Olimpiade rivoluzionaria, Pechino 2008. La Repubblica Popolare aveva deciso di farne l’altare delle proprie ambizioni. Tra il Nido rosso e il Cubo blu, capimmo in fretta che la Cina non si accontentava di essere imponente: voleva essere importante e influente, e un grande evento mondiale forniva la pompa necessaria. Ci furono perfino tracce di tolleranza politica, nell’occasione. Chi conosceva il paese lo intuì: era il segno di una nuova consapevolezza. I Giochi invernali 2022 — sempre a Pechino — avevano tutt’altro sapore: la Cina non doveva dimostrare più niente. Giochi ordinari sono stati quelli di Londra 2012 e Parigi 2024. Non perché non siano riusciti, ma perché le due metropoli hanno visto e gestito ben altro.

A Milano, cosa accadrà? Una città di pianura non ha le salite, le discese e le pretese per ospitare tutti i Giochi invernali. Ecco, allora, l’idea della «Olimpiade diffusa»: un’altra prova, se mai ce ne fosse bisogno, che gli italiani sanno fare di necessità virtù. Alcuni media internazionali, alla vigilia, hanno provato a stuzzicarci con gli stereotipi (inaffidabili, disorganizzati!): sono stati smentiti dalla cerimonia d’apertura a San Siro (sicuri di volerlo demolire?) e dalle prime gare.
Ma non sono gli occhi degli altri che devono preoccuparci. Gli occhi più severi sono i nostri. Toccherà ai milanesi, e agli italiani in genere, decidere se l’occasione sarà stata colta. Se l’Olimpiade 2026, come Expo 2015, avrà segnato il cambio di passo di una città irrequieta per definizione. Gli ultimi tempi, lo sappiamo, non sono stati facili. Milano è la casa del talento o dei nababbi? Per chi si costruisce, si lavora, si sogna? Perché queste risposte potrebbero arrivare dai Giochi? Be’, semplice: perché un’Olimpiade — ripetiamolo — è una festa. E le feste, prima o poi, finiscono. A quel punto, diventano esami di coscienza.

7 febbraio 2026

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