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Lost in translation in Maremma: la Madonna è assunta, al lavoro. Se dietro l’intelligenza artificiale non c’è quella umana tutto è perduto

Pitigliano, 11 luglio 2026 – Da un paio di giorni tutta Italia si smascella dal ridere sull’incredibile didascalia ostensa nel museo di Palazzo Orsini, a Pitigliano, sotto la pregevole Assunzione di Maria di Girolamo di Benvenuto. L’Assunzione è stata tradotta comerecruitment, che è sì l’assunzione ma minuscola, quella a un posto di lavoro, non alla gloria del Paradiso. La fotografia è finita sulla pagina Facebook L’inglese imbruttito, dove di traduzioni creative ce ne sono già molte, e il popolo social non ha mancato di scompisciarsi con salaci sfottò, tipo “certo, di questi tempi un’assunzione è davvero un miracolo”. Ora, gli scrittori sanno bene che ogni traduzione è un tradimento, anche le migliori, ma a Pitigliano in effetti hanno un po’ esagerato. La targhetta, fa sapere in realtà il direttore del museo, don Marco Monari, si trova lì dal 2019, “quando provvedemmo in economia a rifare le didascalie delle opere: un intervento realizzato al risparmio come spesso siamo stati costretti a fare”. Targhetta che è stata ora rimossa.

Una risata potrebbe anche seppellire la gaffe. Che merita invece un poker di riflessioni. Primo, mai fidarsi delle macchine, in questo caso qualcuno dei tanti traduttori automatici che infestano il web. Se dietro l’intelligenza artificiale non c’è quella umana, tutto è perduto (e figuriamoci poi se dietro c’è la naturale deficienza dei più). Già Giovenale ammoniva: “Quis custodiet ipsos custodes? e le nostre zie longanesiane ribadivano: “Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”. Una controllatina al dizionario, sì, proprio quello arcaico, di carta, non fa mai male. Secondo, l’episodio ribadisce la scarsa familiarità nazionale per le lingue, compresa quella italiana. È in effetti curioso scoprire ogni volta che si va all’estero che tutti parlano correntemente o almeno comprensibilmente l’inglese, mentre troppi dei nostri connazionali sembrano Totò e Peppino davanti al ghisa milanese: Noio vulevan savuar….

L’opera nel museo di Pitigliano

Dell’inglese si è detto, ma più insidioso ancora è il francese perché a orecchio somiglia all’italiano, quindi gli italiani si illudono di portelo parlare senza averlo studiato. A Parigi si ricorda ancora un politico nostrano in trasferta cui il portiere dell’hôtel annunciò un visitatore. “Faites salir ce monsieur”, lo sventurato rispose, ignorando che in francese “salire” si dice “monter”; “salir” esiste sì, ma significa “sporcare”, e immaginiamo lo sconcerto del povero concierge. Terzo ed evangelico punto: non tutti i mali vengono per nuocere. Il museo Orsini ha tratto dall’incidente una visibilità che non gli avrebbe potuto assicurare nemmeno la più azzeccata campagna di marketing. Molti di quelli che si sganasciano probabilmente ne ignoravano l’esistenza. Dalla Maremma informano invece che le collezioni del museo sono importantissime, le sue diciotto sale sono piene di capolavori e poi in effetti intorno c’è l’incantevole Pitigliano, peraltro nota ai più per il suo Carnevale (curioso, fra parentesi, che in Italia ci siano tanti posti specializzati nel Carnevale che invece, come sappiamo, nel resto del Paese dura tutto l’anno, benché senza maschere e carri…).

Infine, c’è un quarto punto interessante. Non lo sappiamo per certo, ma scommetteremmo che l’errore è stato fatto in perfetta buona fede da qualche assunto a termine o stagista o co.co.co o collaboratore a progetto o altro schiavo contemporaneo, oberato di lavoro ma non di stipendio. Anche senza farlo accomodare sul lettino del prof Freud, siamo ragionevolmente certi che abbia trasferito sulla Madonna quella speranza di assunzione definitiva che gli avevano fatto balenare prima di trasformarlo in un rematore sulla galea di Ben Hur. Tutta invidia, insomma, per chi dal suo desk di perenne precario guarda a una Signora che il suo posto a tempo indeterminato ce l’ha da duemila anni. E non finirà nemmeno mai in pensionamento anticipato.

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