Morto Gino Paoli, le reazioni. Mogol: “Grandissimo autore”. Alfa: “Per noi genovesi un riferimento”

Francesco Baccini: “Paoli faceva parte del gruppo di amici che aveva scoperto una musica nuova”
“A quell’età ogni giorno è un regalo, penso che nell’ultimo periodo lo sentisse, nelle ultime uscite era più incazzato, voleva sfidare la morte, un po’ come tutti”. Così il cantautore genovese Francesco Baccini, commentando la morte del collega Gino Paoli. Baccini ricorda Paoli quando, nel 2004, in occasione del settantesimo compleanno, organizzò un concerto a Genova, al quale invitò, tra gli altri, lo stesso Baccini, Vittorio De Scalzi e Bruno Lauzi. “Gino non sapeva se Lauzi, che era malato di Parkinson, sarebbe arrivato, non lo aveva mai visto in quelle condizioni. Mentre Gino cantava, Lauzi si materializzò alle sue spalle e cominciò a cantare, ma quando lo ha visto per la prima volta, con il Parkinson in fase avanzata, Gino scoppiò a piangere come un bambino e scappò via dal palco senza finire la canzone. Questa cosa mi aveva colpito molto, si capiva che tra i due c’era una profonda amicizia”. Paoli, ricorda Baccini, ha avuto un ruolo fondamentale in “quella che erroneamente è stata chiamata ‘Scuola genovese’, erano un gruppo di amici che avevano scoperto una musica nuova che veniva da fuori, arrivava dall’influenza americana di Bob Dylan e da quella francese di George Brassens, loro l’hanno riportata in italiano creando un nuovo modo di scrivere le canzoni”. “Ai genovesi – prosegue – si aggiunsero anche i milanesi, come Giorgio Gaber, ma i genovesi furono i primi, hanno cambiato il modo di scrivere le canzoni, facendo capire che il testo è una parte fondamentale, cosa che all’epoca non si pensava”.




