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La dieta di Deborah Compagnoni: «Ero quasi vegetariana, quando ho aumentato le proteine sono arrivati i risultati. Integratori? Non si usavano»

di Chiara Amati

La leggenda dello sci mondiale si racconta tra i ricordi di Albertville e il nuovo progetto per Milano Cortina 2026: «Cucinerò la mia Valtellina»

«Gli sci li ho appesi da mo’: ho dato. Ora è tempo di cogliere altre sfide. Una su tutte? La cucina». Sorride Deborah Compagnoni. Classe 1970, di Bormio, laddove in questi giorni si stanno disputando le gare di sci alpino maschile e quelle di sci alpinismo – quest’ultimo disciplina olimpica per la prima volta nella storia -, l’ex sciatrice valtellinese non sembra avere nostalgia delle competizioni.

D’altra parte di Olimpiadi ne ha fatte diverse vincendo tanto: un oro, inatteso e luminoso, nel supergigante, ad Albertville 1992. Il primo titolo olimpico a soli 21 anni. Il giorno dopo si rompe il ginocchio: un infortunio che avrebbe fermato molte carriere, non la sua. A distanza di due anni, a Lillehammer, Compagnoni torna più forte di prima e si aggiudica l’oro nello slalom gigante. È il trionfo della rinascita, della tecnica e della tenacia. A Nagano 1998 completa l’opera: con un terzo oro, sempre nello slalom gigante, diventa la prima sciatrice a vincere la stessa disciplina in due edizioni consecutive dei Giochi. Segue un argento nello speciale. Un palmarès che la colloca tra le più grandi di sempre.

Ai Campionati del mondo il bottino è altrettanto importante: un oro (Sestriere 1997, slalom gigante), due argenti e tre bronzi, distribuiti tra gigante e super G. Anche qui, continuità e capacità di rientrare dopo gli infortuni. In Coppa del Mondo totalizza 16 vittorie, 44 podi complessivi e due Coppe di specialità in slalom gigante (1997 e 1998). Nel 1997 chiude seconda nella classifica generale, sfiorando la Coppa assoluta.
Numeri che raccontano solo in parte la sua grandezza. Perché i successi di Deborah Compagnoni sono sì medaglie, ma anche ritorni, scelte coraggiose e quella capacità tutta valtellinese di reinventarsi.

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Chi è Deborah Compagnoni oggi?
«Una donna semplice, con tanta voglia di fare. Sempre. Tra qualche giorno, per esempio, mi vedrete ai fornelli. Sono figlia d’arte (ride): mamma Adelaide ha cucinato per decenni nel ristorante dell’hotel di famiglia, la Baita Fiorita a Santa Caterina Valfurva, il mio paese. Prima di lei i miei nonni. Da mamma, però, ho ereditato la passione, la cura e quella dedizione che rende un piatto più gustoso. Grazie a lei ho capito che il cibo è una connessione con chi siamo e da dove veniamo».

La vedremo ai fornelli: anche lei in tv? Non è così originale.
«Niente tv. E ammesso e non concesso che non sarà originale, a me interessa trasmettere un’emozione, con la testa leggera, un animo generoso, un cuore largo, il grembiule addosso e le mani in pasta».

Cosa farà?
«Guiderò una cooking experience dedicata ai piatti tipici della Valtellina. Lo farò a Casa Airbnb, uno spazio messo a disposizione da Airbnb, partner mondiale dei Giochi Olimpici e Paralimpici, che aprirà le porte dal 7 al 22 febbraio 2026 in via Senato, Milano. Conosco bene questa realtà: l’ho usata spesso sia come cliente durante i miei viaggi, quando cercavo un alloggio che mi facesse sentire a casa, sia come host, quando invece l’alloggio dovevo metterlo a disposizione. Un legame a doppio filo con un partner olimpico che ha il merito di avermi proposto un’iniziativa splendida legata al food. Ci lavoriamo da ottobre: spero di cavarmela bene ai fornelli. Vorrei che fosse un’esperienza autentica, vera, come piace a me».

Il menu.
«Studiato nei minimi particolari, ma senza farne un esercizio di stile. Sarà una carta alla portata di tutti, replicabile a casa, libera da tecnicismi. E soprattutto costruita sui prodotti valtellinesi: pochi, identitari, solidi — il grano saraceno, la bresaola, i formaggi come il Bitto che adoro, il Casera che da noi chiamiamo “scimudin” e, naturalmente, il vino. Non abbiamo un repertorio infinito, ma materie prime di grande personalità, con cui si può fare molto. È questo che mi sta a cuore: lasciare che sia la cucina a raccontare la montagna, cosicché chi assaggia si porti via un gusto preciso. E, magari, il desiderio di tornare».

Niente pizzoccheri?
«Farli bene richiede tempo: meglio freschi, meglio a mano. Impegnativo. Per un evento così ho scelto altro. Un’insalatina con della cicoria tagliata fine, bresaola artigianale, scaglie di Casera, miele di tarassaco per condire e chicchi di grano saraceno tostati. Un goccio d’olio e del limone, e via, si comincia. Potrebbe già essere un piatto completo».

Altro?
«Un risotto al Vecchio Sassella. Un Valtellina Superiore. Lo uso in cottura, più o meno una bottiglia ogni dieci persone. Poi ci metto del brodo vegetale. All’interno anche un formaggio della Valsassina con fiori edibili d’alta montagna. È un menu coerente: il filo conduttore è il grano saraceno».

Il dolce.
«Delle crêpes, sempre in grano saraceno, con composta di mele della Valtellina, un po’ di cannella, zucchero di canna caramellato e panna fresca. Semplici, autentiche, gustose».

Lei è cresciuta in cucina. Quanto conta l’alimentazione per un’atleta?
«Molto, senza ossessioni. Ai miei tempi non eravamo così focalizzati sui macronutrienti: proteine, carboidrati, grassi. L’alimentazione variava in base al tipo di allenamento. A un certo punto ho iniziato a lavorare con un ottimo preparatore atletico, Roberto Manzoni, che mi ha fatto capire quanto fosse importante introdurre più proteine nella mia dieta. Io tendevo a mangiarne poche: non ero vegetariana, ma quasi. Consumavo soprattutto formaggi e qualche uovo — che peraltro non amavo particolarmente — più per gusto che per strategia nutrizionale. Quando ho aumentato l’apporto proteico, ho notato un miglioramento a livello muscolare e nella resa in gara. Oggi, a certi livelli agonistici, l’attenzione è maggiore: gli atleti sono seguiti in maniera minuziosa e fanno uso anche di integratori. Quando gareggiavo io non erano così diffusi, né validi o digeribili, quindi alla fine era preferibile puntare su un’alimentazione tradizionale. Tutto sommato, trovo che resti ancora la scelta migliore: mangiare bene è più efficace, e piacevole».

Pensa che ci sia maggiore consapevolezza a tavola oggi, anche lontano dai campi di gara?
«Sì, ma è un’attenzione che paradossalmente genera più confusione che chiarezza. Oggi siamo sommersi da informazioni, eppure facciamo fatica a distinguere il valore di ciò che mettiamo nel piatto. Da madre, prima ancora che da atleta, osservo con preoccupazione l’invasione dei prodotti ultra-processati: quando un’etichetta presenta una lista infinita di ingredienti, è evidente che ci troviamo di fronte a un cibo snaturato. La qualità, al contrario, si trova nella semplicità e nella sottrazione. Educarsi a conoscere la materia prima è l’unico modo per mangiare meglio. Una consapevolezza necessaria a tutti: la salute non fa distinzione tra chi punta all’oro olimpico e chi pratica sport per puro benessere personale».

Milano Cortina 2026: è emozionata?
«Ogni Olimpiade porta con sé sensazioni difficili da raccontare, di quelle che ti fanno venire la pelle d’oca. Oggi i Giochi sono più grandi e complessi, con un’organizzazione imponente e un contorno sempre più articolato. Io conservo un ricordo speciale di Lillehammer: un clima autentico, quasi intimo, una vera festa dello sport. Molto è cambiato, ma una cosa resta immutata: la celebrazione degli atleti. Impagabile».

La gara olimpica che le è rimasta dentro?
«L’argento nello slalom speciale ai Giochi Olimpici Invernali di Nagano 1998, in Giappone. Un ricordo sofferto, un rimpianto arrivato dopo la gara: nella seconda manche avrei potuto spingere di più, avevo interpretato male il tracciato. Certo, un argento olimpico resta un traguardo meraviglioso, ma a mente fredda continuavo a ripetermi: “Caspita, ho sprecato un’occasione”. L’oro era lì, a portata di mano. Le altre esperienze, invece, sono state tutte bellissime, a partire dalla mia prima Olimpiade, ad Albertville, Canada. Arrivò quasi inaspettata, una sorpresa persino per me. Poi, però, il giorno dopo la vittoria, il ginocchio cedette: in un attimo svanì tutto. Si interruppe il sogno e, con lui, l’atmosfera olimpica, la magia di quei giorni. Fu un brusco risveglio proprio nel momento più alto».

Cosa le piace dei Giochi invernali 2026?
«L’atmosfera. Questa Olimpiade è una sfida che va oltre il cronometro, specialmente per noi in Alta Valtellina. A Bormio l’evento abbraccia l’intero territorio con un’offerta straordinaria. Il valore aggiunto di questi Giochi sta proprio nel “fuori gara”: un calendario ricco di mostre, appuntamenti culturali ed eventi pensati per far respirare ai turisti la nostra identità più profonda. È un’occasione unica per svelare un volto della montagna che non è fatto solo di performance atletiche, ma di tradizioni secolari e ospitalità. Vogliamo che chiunque arrivi qui possa scoprire la storia delle nostre valli e vivere un’esperienza completa, che unisca l’emozione del grande sport al fascino della nostra arte e dei nostri sapori. È un’Olimpiade diffusa, capace di lasciare un ricordo indelebile anche a motori spenti».

Un pronostico sulle medaglie?
«Mai nella vita! Non si mette ulteriore pressione agli atleti: ne hanno già tanta. Noi siamo qui per tifare e tutto quello che arriverà sarà guadagnato. Ovviamente speriamo in molte medaglie. Abbiamo tanti atleti quotatissimi. Siamo forti nel freestyle, nello short track, nel pattinaggio di velocità, nel biathlon. Non dimentichiamo gli slittinisti, atleti straordinari che magari durante l’anno si seguono meno, ma in Italia abbiamo una grande tradizione. Poi, ovviamente, lo sci e tutte le altre discipline. Speriamo bene».

Deborah, oggi cosa farà? 
«Mi alleno».

Ma lei non è tra gli atleti selezionati per i Giochi.
Ride. «Mi alleno in cucina. Torno a dire, la mia sfida oggi è questa: accogliere le persone e raccontare la Valtellina attraverso i suoi sapori. È un altro modo di vincere e io resto molto competitiva».

5 febbraio 2026 ( modifica il 6 febbraio 2026 | 20:39)

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