Il confronto tra la percentuale di votanti del referendum 2026 con i precedenti quattro: ecco come andò con gli altri quesiti costituzionali

L’affluenza più alta alle 19 fu quella ottenuta nel 2016 dal governo Renzi. Che però, alla fine, perse.
Al termine delle operazioni di voto per scegliere se cambiare o meno il sistema della giustizia in Italia, l’affluenza definitiva si è attestata al 58,93 per cento. Un dato record se confrontato con il voto in due giorni di altri due referendum costituzionali (quello del 2006 e quello del 2020) mentre se confrontato con tutti e quattro risulta essere il secondo più alto, visto che nel 2016, con le urne aperte un solo giorno, superò alle 12 il 20 per cento e alle 19 il 57 per attestarsi al 65,48.
A questa tornata elettorale, alle 12 del primo giorno di voto – domenica 22 marzo – alle urne i votanti erano stati il 14,92 divenuti poi il 38,9 per cento degli italiani ai seggi (ricordiamo che si vota anche lunedì 23 marzo, fino alle 15, e non solo domenica 22), e poi appunto poco oltre il 46 per cento alle 23. Gli italiani chiamati a votare sono stati 51.424.729 elettori, di cui 5.477.619 all’estero. E l’alto dato dell’affluenza è rimasto fino all’ultimo di difficile interpretazione.
In Italia sono stati quattro i referendum costituzionali prima di quello convocato dal governo Meloni sulla riforma della giustizia. E tutti e quattro si sono svolti in questo millennio, chiamando alle urne gli italiani visto che in nessuno dei quattro casi il testo aveva ottenuto in Parlamento il via libera delle due Camere, come previsto dall’articolo 138 della Costituzione.
Bisogna ricordare che la procedura del referendum confermativo non richiede un quorum minimo di partecipazione per la validità, come nel caso del referendum abrogativo con cui gli elettori possono cancellare leggi approvate dal Parlamento: vince il sì o il no all’entrata in vigore della riforma secondo chi abbia preso un voto più dell’altro, indipendentemente da quanti elettori depongono la scheda nell’urna. Il cui numero ha però sempre decisivamente influenzato la prevalenza dei sì o o dei no nel risultato finale, anche alla luce del risultato dei quattro precedenti referendum confermativi.
La riforma del Titolo V dell’ottobre 2001
Il primo referendum costituzione della storia della Repubblica italiana si svolge il 7 ottobre 2001. Gli elettori furono chiamati a dire sì o no alla riforma del Titolo V promossa dal centrosinistra del governo Amato su funzioni e poteri delle Regioni e sul rapporto con lo Stato. Visto che il voto si svolse in un solo giorno, l’affluenza fu data solo alla fine delle operazioni di voto e si attestò al 34,05 per cento. Il sì alla riforma vinse con il 64,21 per cento.
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Ancora il Titolo V, ma nel 2006
Il 25 e 26 giugno 2006 gli italiani tornarono alle urne sempre sul tema del rapporto Stato-Regioni questa volta su iniziativa del centrodestra. L’affluenza che alle 12 del primo giorno fu del 10,01 per cento. Alle 19 arrivò a 22,4 per cento, mentre alle 22 del primo giorno di voto si attestò al 35 per cento. Alla fine l’affluenza definitiva fu del 53,8 per cento, ma la riforma voluta dal governo Berlusconi-Bossi-Fini che voleva l’ampliamento della riforma del 2001 introducendo il Senato federale e riconoscendo alle Regioni competenze esclusive su sanità, scuola e polizia locale, venne bocciata con il 61,29 per cento.
Il referendum di Renzi
Il terzo referendum costituzionale fu quello del 4 dicembre 2016 proposto dal governo di Matteo Renzi (che teneva insieme anche un pezzo di centrodestra che faceva capo ad Angelino Alfano e Maurizio Lupi). Alle 12 – anche in questo caso si votava in un unico giorno – l’affluenza registrata fu del 20,14 per cento: la più alta. Alle 19 raggiunse il 57,24 per cento. In questo caso gli italiani vennero chiamati a promuovere o bocciare insieme, nuovamente alla revisione del rapporto fra Stato e Regioni, anche l’eliminazione del Cnel ed il superamento del bicameralismo perfetto del Parlamento fra funzioni e poteri di Camera e Senato. I no alla revisione vinse nettamente con il 59,12 per cento di voti, con partecipazione finale alle urne del 65,48.
Il taglio dei parlamentari voluto dai Cinque Stelle
Nel settembre 2020, infine, si è svolto il quarto e fino ad oggi ultimo referendum su una riforma della Costituzione. Il voto si svolse in due giorni, il 20 e 21 settembre con un affluenza che alle 12 del primo giorno di voto si attestò al 12,25% per cento. Alla seconda rilevazione delle 19 la percentuale di italiani che si erano recati alle urne salì al 29,68 per cento. Alla terza rilevazione, alle 23 del primo giorno di urne aperte, l’affluenza si fermò al 39,37 per cento. In quella occasione, in piena pandemia Covid, gli italiani furono chiamati a confermare il taglio dei parlamentari promosso dai Cinque Stelle e che in Parlamento ottenne anche la maggioranza dei due terzi sufficiente per non chiederne la conferma agli elettori. Che fu però promossa lo stesso e vide una scontata larga affermazione del sì con il 69,9 per cento dei voti. L’affluenza definitiva fu del 53,84 per cento.
22 marzo 2026 ( modifica il 23 marzo 2026 | 16:52)
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