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«Non hanno capito il Conclave»: cosa c’è dietro l’attacco di Trump a Papa Leone XIV

di
Massimo Franco

Le parole del presidente Usa segnalano quasi disperazione, ma il sostegno a Prevost arriva compatto da tutto l’episcopato americano. In realtà, sono gli Stati Uniti di Trump ad avere un problema con i «suoi» cattolici

«Non hanno capito il Conclave. Non capiscono questa nuova fase del cattolicesimo. E dunque non riescono a capire Leone XIV, il primo papa statunitense». 

Più che irritata, la reazione vaticana dopo la maldestra intemerata di Donald Trump contro Robert Prevost è misurata. Tempera uno stupore trattenuto, e un disappunto che nasce dalla sensazione che alla Casa Bianca regni una rozzezza di analisi sulle questioni vaticane, accentuata dal timore di perdere le elezioni di medio termine a novembre. Attaccare con parole insultanti il capo della Chiesa cattolica segnala un’impazienza, quasi una disperazione montata nei mesi precedenti; e ora esplosa senza ritegno.

Ma stavolta, per il presidente degli Stati Uniti sarà più difficile accreditare un papa «antiamericano» come era raffigurato Francesco. Lì si trattava di un argentino che non aveva messo mai piede negli Usa prima dell’elezione, nel 2013. Jorge Mario Bergoglio conosceva poco non solo il Paese ma la cultura a stelle e strisce, filtrata attraverso le lenti del peronismo. Non lo capiva né ne era capito. In più, nel 2019, di fronte a voci di un complotto dei conservatori americani nei suoi confronti, aveva scolpito, lasciando tutti di stucco: «Per me è un onore se mi attaccano gli americani». Un riflesso delle divisioni presenti anche nell’episcopato statunitense tra vescovi «repubblicani» e «democratici».

Leone XIV, invece, è un figlio di Chicago. Ha fatto per anni il missionario in Perù, tanto da essere qualificato come un «latin yankee». Ossimoro solo apparente, perché nella sua persona essere «latino» per l’esperienza missionaria e «yankee» come figlio degli Usa significa offrire un’identità ibrida e risolta felicemente. In Conclave ha compiuto l’impresa di azzerare le divergenze tra i cardinali statunitensi. E la sua bussola ha come obiettivo principale l’unità della Chiesa e il suo governo. Il problema è che agli occhi di Trump e della sua cerchia di seguaci per i quali il presidente è «unto dal Signore», Prevost è difficilmente catalogabile. Categorie come continuità e discontinuità rispetto a Francesco o a Benedetto XVI non funzionano.

Lo ha testimoniato Steve Bannon, «l’ideologo» del primo trumpismo e in parte del secondo mandato. Ha classificato Leone XIV come un ambiguo portavoce della «Deep Church», la «Chiesa profonda» che ossessiona il mondo Maga come il «Deep State», lo «Stato profondo» delle istituzioni americane disarticolate in questo anno di presidenza. La sua elezione, a sentire Bannon, era stato «un voto anti-Trump da parte dei globalisti della Curia» che volevano riattivare «un flusso di finanziamenti dalla Chiesa Usa e in particolare dai grossi donatori, come la Papal Foundation». Dietro si avvertivano un pregiudizio e una pretesa. Il pregiudizio era quello atavico degli evangelici protestanti contro il Vaticano. La pretesa era quella trumpiana di ergersi a capo dei cattolici americani, che in maggioranza, il 54 per cento, avevano votato per lui.

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La sua immagine travestito da papa alla vigilia del Conclave, costruita dall’intelligenza artificiale e rilanciata dal sito della Casa Bianca, per quanto caricaturale voleva dire quello. E quando Trump ha fatto sapere che avrebbe visto l’arcivescovo di New York, Timothy Dolan, come suo candidato al papato, di nuovo ha mostrato di non conoscere le regole di una Chiesa e di un Vaticano che per secoli hanno cercato di arginare le ingerenze esterne. Pensare che, in quanto figlio di Chicago, il Papa avrebbe assecondato i conflitti aperti unilateralmente da americani e israeliani con i toni del massacro legittimato dalla fede cristiana, conferma l’ignoranza dell’Amministrazione Trump.

Il sostegno arrivato a Prevost in questi mesi da tutto l’episcopato Usa, e le critiche compatte alle deportazioni degli immigrati e contro la guerra, avrebbero dovuto fargli capire che lo sfondo è cambiato. Non ci sono più vescovi «trumpiani» e «antitrumpiani». E, se esistono, di certo oggi sono tutti allineati più che mai col papa americano. E lo saranno ancora di più dopo gli attacchi sgangherati del presidente. I segnali e gli inviti mai gridati alla cautela non erano mancati, d’altronde, nei mesi scorsi. Garbatamente, il pontefice aveva lasciato cadere l’invito del vicepresidente James Vance, convertitosi al cattolicesimo nel 2019, a partecipare alle celebrazioni per il 250° anniversario degli Usa, perché poteva essere usato in campagna elettorale.

E quando Trump aveva lanciato il Board of Peace, il Consiglio di Pace a inviti per il Medio Oriente, di nuovo dal Vaticano era arrivato un «no» contro un’istituzione di fatto privata che avrebbe picconato il multilateralismo delle Nazioni Unite, pur con tutti i limiti dell’Onu. Ma sono state soprattutto le motivazioni con le quali è stato bombardato l’Iran, e gli attacchi israeliani in Libano ad avere costretto Leone XIV a parlare con parole dure in modo inusuale. 

Il termine «costretto» non suona esagerato. Il Vaticano probabilmente ha aspettato molto prima di esprimere un giudizio netto contro le guerre di Trump e del premier israeliano Benjamin Netanyahu, che si estende all’aggressione russa contro l’Ucraina. La reazione trumpiana scomposta dice che mentre il Vaticano ha cercato di risolvere col Conclave il problema di un rapporto con gli Usa incrinatosi durante il papato di Francesco, ora la questione è opposta.

Sono gli Stati Uniti di Trump ad avere un problema con i «suoi» cattolici e col Papa: un Papa che tifa per i White Sox di Chicago e ama il film The Blues Brothers. Alla Casa Bianca non sarà facile convincere della giustezza del suo attacco gli elettori che nel 2024 lo hanno accompagnato al trionfo.

Leone XIV è figlio della voglia di ricucire il tessuto liso del cattolicesimo e della pace. E sembra deciso dall’inizio a non connotarsi affatto come un avversario politico di Trump. In fondo, si muove su un piano diverso, morale e religioso. E guarda oltre l’attuale Casa Bianca e oltre le appartenenze politiche. Probabilmente, è questa sua pedagogia pragmatica, graduale ma lineare, guidata da una strategia poco gridata quanto chiara, a risultare insopportabile a un presidente convinto che la storia finisca con lui.  

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13 aprile 2026 ( modifica il 13 aprile 2026 | 16:56)

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